Il caffè a Trieste non è lo stesso che nel resto d'Italia

Se siamo abituati a chiedere un “caffè” o un “cappuccino”, ricordiamo di aggiornare il file dei sinonimi in caso di gita a Trieste. La prima cosa che notiamo entrando in un bar del capoluogo giuliano, infatti, è l'assenza di queste due parole, a favore di un pullulare di “nero”, “capo” e “capo in b” pronunciate con la peculiare inflessione triestina.

Provate ad ordinare un cappuccino da queste parti, il più delle volte vi chiederanno "tazza grande o tazza piccola?", in ogni caso non vi arriverà quello che vi aspettae ma un caffè macchiato, rispettivamente in tazza grande o piccola, a seconda della richiesta. 

Per evitare sorprese, basta imparare i nomi dei caffè triestini. Se il “nero” è l'equivalente esatto dell'espresso, il “capo” assomiglia più al caffè macchiato che non al tradizionale “cappuccino” di cui contrae evidentemente il nome (da cui l'equivoco dell'ordinazione al bar). Se chiediamo il “capo in b” infine dobbiamo aspettarci un caffè macchiato in bicchiere di vetro. E se volessimo il cappuccino come lo intendono nel resto d'Italia? Pare che si debba dire "cappuccino all'italiana".

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Appresi questi fondamentali, sappiamo tutto quello che serve per goderci una delle più sentite consuetudini cittadine: il caffè. Non solo a Trieste sono nati due consolidati marchi italiani come Illy e Hausbrandt, ma il porto cittadino è anche stato messo dalla Borsa di Wall Street fra i cinque massimi punti di riferimento europei per determinare le quotazioni internazionali del caffè. La tradizione commerciale relativa alla materia prima è direttamente legata al sorgere di una delle più celebri tradizioni culturali cittadine: il caffè letterario. Tradizionale crocevia di poeti e intellettuali, i caffè di Trieste sono da sempre anche un punto di ritrovo per fare cultura.

E per gustarsi il tipico caffè triestino non c'è che l'imbarazzo della scelta. Su Piazza dell'Unità, pulsante cuore cittadino con esclusivo affaccio sul mare, ha la sua sede lo storico Caffè degli Specchi. Chiuso lo scorso autunno per problemi finanziari, ha riaperto questa primavera riportando alla città uno dei suoi luoghi simbolo, inaugurato la prima volta nel 1839 e ha avuto fra i suoi ospiti anche Franz Kafka, James Joyce e Italo Svevo, tra gli altri.

Tradizione dotta anche per il Caffè San Marco di via Battisti, aperto nel 1914: l'anno fu cruciale per l'Impero Austro-ungarico e per il mondo intero e il locale, nato come luogo di ritrovo per lettori di quotidiani, finì per nascondere il lavoro dei falsari che preparavano i passaporti per i patrioti che volevano scappare in Italia. Il tempo sembra essersi fermato negli arredi ma non nel fermento culturale, con intellettuali come Claudio Magris che ancora qui si incontrano.

Ancora in stile Belle Époque sono gli arredi del Caffè Stella Polare, nell'elegante via Dante, punto di incontro e rifugio di tanti intellettuali compreso il poeta Umberto Saba, che trascorreva volentieri il suo tempo anche al Caffè Tergesteo, in piazza della Borsa, “purtroppo” ristrutturato negli interni ma ancora celebre per le storie della città narrate sui vetri colorati.

A completare il percorso base di questo percorso letterario triestino c'è il Caffè Tommaseo, che sorge nell'omonima piazza, meta prediletta di Svevo e suo punto di ritrovo con Joyce. Non solo “nero” e letteratura, però: il Tommaseo è famoso anche per essere stato uno dei primi locali in assoluto a servire la rivoluzione del Novecento: il gelato.