Trilussa: le poesie più belle

"Romano de' Roma", cuore di una città che oggi non esiste più, poeta e canzoniere, ha portato il dialetto romanesco alle vette della poesia. Stiamo parlando di Carlo Alberto Salustri, conosciuto ai più come Trilussa. Nella cultura popolare,  specialmente a Roma e dintorni, le sue opere sono diventate fonti di massime e detti, la più diffusa quella dei "polli di Trilussa", diventati celebri a livello matematico, e non solo, come la più proverbiale osservazione a proposito delle medie statistiche. Nato a Roma il 26 ottobre 1871, trascorre un'infanzia caratterizzata da una grande povertà, dopo essere rimasto orfano di padre all'età di 3 anni. I suoi sono stati studi molti saltuari ma già a sedici anni esordisce sul "Rugantino" con piccole poesie in vernacolo. Due anni più tardi, nel 1889, pubblica il suo primo libro in versi, "Le Stelle de Roma", che già suscita qualche polemica. Le sue opere lo rendono una personalità molto popolare, ma non lo arricchiscono.

La povertà rimarrà uno delle sue prerogative: si mantiene con i proventi editoriali e le collaborazioni giornalistiche. Durante il ventennio non prese la tessera del Partito fascista, ma non si definì mai un antifascista e per questo non venne perseguitato. Il Presidente della Repubblica Luigi Einaudi lo nominò senatore a vita l'1 dicembre 1950, venti giorni prima che morisse.

Sentendo la fine vicina, Salustri commentò con grande ironia: "M'hanno nominato senatore a morte". Terzo poeta dialettale romano dall'Ottocento in poi, dopo Gioacchino Belli e Cesare Pascarella, Trilussa ha raccontato alla sua maniera mezzo secolo di Roma e d'Italia, tra corruzione politica, cambiamenti sociali e potere dei gerarchi. Non manca anche una certa malinconia crepuscolare, riflessioni sull'amore e la solitudine. Fu indubbiamente un favolista, con una morale molto legata alla vita concreta. Alla Roma popolana sostituì quella borghese, alla satira storica l'umorismo della cronaca quotidiana. La sua vita arriva ora in televisione, in una miniserie in onda su Raiuno, con Michele Placido e Monica Guerritore.


Le poesie romanesche

Fu tra i precursori, verso la fine del XIX secolo, dei versi in dialetto romanesco, tanto che dopo la pubblicazione dei versi belliani alcuni poeti romani iniziarono a scrivere anch'essi in dialetto. Furono le strade romane a fornirgli la maggiore ispirazione, non i libri. Le sue poesie erano popolate dai personaggi di un mondo piccolo-borghese (la casalinga, il commesso di negozio, la servetta, ecc.), alcune illustrate anche con disegni, rivelando un altro lato del suo temperamento artistico. Il dialetto usato è assai più vicino all'italiano, come veniva parlato in quegli anni. Per questo motivo ricevette anche critiche da alcuni poeti dialettali più "puristi" del suo tempo. In molte delle sue poesie protagonisti sono gli animali (leoni, scimmie, gatti, cani, maiali, topi) che mettono in scena divertenti siparietti e situazioni, ridicolizzando i vizi e i difetti dell'uomo. Un esempio? Eccolo:


Er grillo zoppo

Ormai me reggo su ‘na cianca sola.

- diceva un Grillo – Quella che me manca

m’arimase attaccata a la cappiola.

Quanno m’accorsi d’esse priggioniero

col laccio ar piede, in mano a un regazzino,

nun c’ebbi che un pensiero:

de rivolà in giardino.

Er dolore fu granne… ma la stilla

de sangue che sortì da la ferita

brillò ner sole come una favilla.

E forse un giorno Iddio benedirà

ogni goccia de sangue ch’è servita

pe’ scrive la parola Libbertà! -


La poesia della Ninna nanna della guerra

Nell’ottobre del 1914 Trilussa scrisse questa opera, descrivendo il dramma del conflitto con la sua usuale ironia: si tratta di una ninna nanna che racconta ad un bimbo le amarezze della guerra. Questo testo conobbe una larga diffusione (secondo alcuni storici sarebbe arrivata fino alle trincee), resa ancor più ampia e penetrante dalla partitura di un musicista rimasto anonimo. Riportiamo la prima strofa:

Ninna nanna, nanna ninna, er pupetto vò la zinna : dormi, dormi, cocco bello, sennò chiamo Farfarello Farfarello e Gujermone Che se mette a pecorone, Gujermone e Ceccopeppe Che se regge co' le zeppe, co' le zeppe d'un impero mezzo giallo e mezzo nero.


La poesia sull'amicizia

All'interno del volume pubblicato nel 1934 "Giove e le bestie" Trilussa analizza la solitudine come condizione dell'uomo, andando alla ricerca di un contatto sincero e profondo con i suoi simili. Una favola breve, che arriva nel passato sino a Esopo: "Socrate si stava fabbricando una casetta. Un passante si stupì che fosse cosi piccola. - Come? - gli chiese - Un uomo della tua fatta si costruisce una casa così piccina? - Voglia il cielo - rispose Socrate - ch'io possa riempirla di veri amici!"


La tartaruga aveva chiesto a Giove

- Vojo una casa piccola, in maniera

che c'entri solo quarche amica vera

che sia sincera e me ne dia le prove.

Te lo prometto e basta la parola;

- rispose Giove - ma sarai costretta

a vivere in una casa così stretta

che c'entrerai tu sola.