L’esperto risponde: Scegliere il tatuaggio giusto – Consigli del dermatologo e del tatuatore

La tattoo artist Kate Von D (Getty Images)«Bisogna innazitutto accertarsi di avere di fronte una persona seria e professionale che operi in un luogo pulito con una strumentazione sterile e che sia affiancato da personale preparato». A fare questa raccomandazione, con parole pressoché identiche, sono, udite udite, un tatuatore e un medico: due facce, per certi versi, della stessa medaglia. Per sapere qualcosa di più sui tatuaggi abbiamo provato a intervistare Claudio Pittan, uno dei migliori tatuatori italiani riconosciuto anche a livello internazionale, e ADB, dermatologa di Milano, che con qualche inciso qua e là prova a dare il suo punto di vista per le questioni che la riguardano più da vicino. Questo, ciò che abbiamo scoperto.

Che cos'è il tatuaggio?
C.P. «Può essere glam o tendenza, ma anche una cosa seria, una cosa da esibire o una da nascondere, dipende da chi lo fa e da come lo vive chi lo indossa. Di sicuro non va più via- racconta Claudio Pittan, esperto di tatuaggio giapponese, probabilmente lo stile più profondo e simbolico di quest'arte antica, diventata trasversale anche in Italia a partire dagli anni Novanta, sull'onda della moda americana. «Il tatuaggio è diventato popolare in Occidente grazie ad attori famosi e rock star: Sean Connery, i Rolling Stones e, ancora prima, negli anni Sessanta, Janis Joplin. Gli antropologi americani hanno individuato in San Francisco la culla del "rinascimento del tatuaggio", tornato in auge grazie al talento di Ed Hardy: è allora che sono cominciate le prime convention internazionali, sono stati pubblicati i primi libri, sono state allestite le prime mostre in gallerie d'arte elevando il tatuaggio dallo status di semplice opera folkloristica».

È solo una questione di tendenza?
C.P.: «Oggi, parlare di tatuaggio equivale a parlare di moda, eppure ci sono popolazioni per cui dipingersi il corpo è un fatto puramente culturale. Basta pensare ai polinesiani, creatori del "tribale"; al Giappone, dove il tatuaggio è espressione di significati profondi che affondano le proprie radici nei miti, nelle leggende, nella religione e trasmette, a chi conosce quella cultura, un messaggio immediatamente riconoscibile seppur ricco di simbologie; poi c'è il tatuaggio "old style" americano, nato a cavallo tra Ottocento e Novecento, che decorava le braccia dei marinai con ancore, aquile, barche e pin up: è durato fino alla Seconda Guerra Mondiale prima di sparire e ricomparire qualche decennio dopo seppur modificato».

Ma come si sceglie quello giusto?
C.P.: «Se da me viene una persona che non ha le idee chiare, se mi ha accorgo che non ha colto fino in fondo la portata e il significato del tatuaggio, la invito a prendersi del tempo per pensarci prima di decidere: non faccio tutto quello che i clienti mi chiedono. Serve consapevolezza per farsi tatuare: non può e non deve essere frutto di un impulso momentaneo».
ADB: «È banale, forse, ma quei disegni ce li si porta dietro per sempre, anche nel caso si decidesse di farseli togliere con le ultime tecniche di chirurgia estetica. A seconda dei casi, cicatrici e macchie saranno sempre lì a ricordarci quello che abbiamo fatto: la pelle può sbiancarsi o, viceversa scurirsi, un alone comunque rimane.
C.P. «Uno dei problemi è che oggi non c'è mediazione da parte dell'artista come avveniva, ad esempio, nelle società tribali dove il tatuaggio coincideva con un rituale di iniziazione: i disegni erano quelli punto e basta, non c'era possibilità di scelta, non erano una decorazione, non erano un modo per essere "trendy"».

Di chi ci si può davvero fidare?
C.P. «Sono il primo a riconoscere che c'è parecchia gente che si improvvisa tatuatore acquistando le attrezzature su internet dopo aver letto un manuale: il risultato è che ciò che queste persone non conoscono bene si riflette in un tatuaggio indelebile. A ulteriore testimonianza di quanto dico c'è la mia esperienza: gran parte del lavoro dei tatuatori più bravi è oggi ritoccare precedenti tatuaggi venuti male, sbagliati, brutti, la cosiddetta "cover-up"».
ADB: «Prima di scegliere di chi fidarsi sarebbe bene conoscere bene il proprio corpo: negli ultimi anni c'è stato un incremento esponenziale dei casi di eczemi più o meno acuti seguiti soprattutto ai tatuaggi temporanei, quelli all'henné per citare il più famoso che di certo non è nato per essere utilizzato sulla pelle: è estate, si è abbronzati, si desidera trasgredire ma solo fino a un certo punto e il risultato è… che ci si rovina la vacanza perché la pelle può reagire in modo inaspettato a determinati trattamenti tanto più quando si tratta di disegni superficiali con coloranti a basi naturali».

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Non basta una sana spalmata di crema?
ADB: «Il tatuaggio può rivelarsi come un bagno in una vasca di ortiche. E lo sfogo può non riguardare esclusivamente la zona del corpo direttamente interessata dal tatuaggio. Le conseguenze più comuni sono rappresentate dalla sensibilizzazione ai pigmenti contenuti nel tatuaggio, che si manifesta sotto forma di lesioni eritematose o eritemavescicolose che configurano dermatiti allergiche o fotoallergiche».

Le reazioni sono istantenee?
«No, non è detto che questi fenomeni si manifestino nell'immediatezza del tatuaggio: perché le lesioni emergano possono anche volerci anni. Reazioni allergiche dunque, ma non solo: anche se in diminuzione non mancano casi di infezioni cutanee e di formazione di granulomi. Sono rari i casi in cui a livello terapeutico bisogna procedere con la rimozione del tatuaggio: però chi manifesta allergie o infezioni deve comunque assumere farmaci, cortisone in primis».

Foto:  i tatuaggi delle star

C'è un modo per essere sicuri?
C.P. «Io ne ho sentite di tutti i colori, da chi ha fatto delle ricerche su Internet a chi ha guardato il più vicino a casa passando da quelli che sono stati consigliati da amici di amici: io, personalmente, ci ho messo sette anni prima di decidere da chi e cosa farmi sulla schiena. E sono andato fino in Giappone. Ho visto troppe persone pentite: non volevo commettere lo stesso errore».

Quali parti sono più dolorose?
C.P. «I tatuaggi sulle braccia, soprattutto nelle parti esterne, sono sicuramente meno dolorosi; così come le gambe, escluse chiaramente le parti in corrispondenza delle articolazioni: il resto del corpo, è inutile negarlo, fa male, sopportabile ma doloroso. Un dolore che le donne sopportano decisamente meglio rispetto agli uomini».

Cosa ci puoi dire dei nuovi trend?
C.P. «Devo constatare, con mio grande dispiacere, che tirano tantissimo le scritte che esteticamente non sono un granché e "dicono" sempre di meno: c'è sempre più gente che chiede di potersi tatuare i post di Facebook. Sono invece leggermente in calo quelli tribali. Discorso a parte, invece, per i boom fulminei: dalla chiave di violino di Marco Carta alla farfallina di Belèn. Passa la fama, passa anche la moda: il tatuaggio però rimane...».

Alberto Picci

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